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OMELIA DI MONS GIANNI AMBROSIO ALLE COMUNITA' NEOCATECUMENALI IL 24 OTTOBRE 2009
Inserito il 27 ottobre 2009 alle 11:32:34 da angelipc.

Cattedrale di Piacenza – Celebrazione Eucaristica

Omelia del Vescovo alle  Comunità Neocatecumenali della Diocesi in occasione della solenne Eucaristia in ringraziamento al Signore per l'approvazione definitiva degli Statuti del Cammino da parte della Santa Sede

24 Ottobre 2009

Liturgia, Letture: (Geremia 31, 7-9; Ebrei 5, 1-6; Marco 10, 46-52)

Mons. Gianni Ambrosio,
Vescovo Diocesi di Piacenza-Bobbio

Carissimi presbiteri, carissimi fratelli e carissime sorelle del Cammino neocatecumenale,

faccio mie le parole che l’8 maggio 1974 il Papa Paolo VI rivolse ai parroci e ai responsabili laici delle comunità neocatecumenali: “Quanta gioia e quanta speranza ci date con la vostra presenza e con la vostra attività!”. Queste parole del servo di Dio Paolo VI esprimono non solo i miei sentimenti, ma anche il mio ringraziamento a Dio per la vostra presenza qui nella diocesi e la mia gratitudine per il vostro impegno di evangelizzazione. Se ricordiamo i quarant’anni dalla nascita della prima comunità neocatecumenale nella parrocchia romana dei Santi Martiri Canadesi a Roma, ricordiamo pure che già nel dicembre 1973 cominciò la vostra presenza nella parrocchia della SS. Trinità di Piacenza. Non dimentichiamo poi l’approvazione definitiva degli Statuti del Cammino neocatecumenale avvenuta lo scorso anno da parte del Pontificio Consiglio per il laici: il vostro impegno di evangelizzazione può così proseguire con maggior determinazione.

 

Faccio mie le parole di Paolo VI anche perché, sempre nello stesso intervento, il Papa parlò di voi dicendo: “ecco le cose postconciliari!”. Consentitemi allora un ricordo personale, suscitato in me dalle parole introduttive dell’amico Marco Gennari. Egli ha citato l’arcivescovo di Madrid che accolse Kiko Argüello agli inizi del Cammino. Ciò mi riporta alla mia prima conoscenza, anche se superficiale, del Cammino. Ero giovane seminarista a Roma, studente in teologia all’Università Gregoriana e ospite presso il Collegio spagnolo di san Josè in Roma. Lì, nello stesso Collegio, durante il Concilio risiedevano molti vescovi spagnoli, tra cui l’arcivescovo di Madrid, mons. Casimiro Morcillo. Ricordo bene, anche se sono passati molti anni – credo sia stato nell’ottobre-novembre del 1965 – che proprio questo vescovo in alcune occasioni ci parlò di un piccolo gruppo che era da poco sorto nella sua diocesi e che stava svolgendo una sorprendente evangelizzazione a Palomeras Altas, alla periferia di Madrid.

 

Carissimi amici, sono passati molti anni da allora. Ma alla luce della stupenda pagina evangelica della liturgia odierna, mi pare significativo che l’inizio del vostro cammino sia avvenuto alla periferia di una città. Anche l’episodio evangelico è avvenuto alla periferia della città di Gerico, ritenuta dagli storici la città più antica del mondo, collocata in un’oasi della valle del Giordano, a quasi 300 metri sotto il livello del mare. Proprio ai bordi della strada che conduce a Gerusalemme, vi è un cieco: è lì, seduto lungo strada, a mendicare. Il Vangelo di Marco, solitamente poco incline a indicare nomi, precisa che il nome di quel cieco è Bartimeo. In quel nome e in quel volto, vediamo i nomi e i volti di tante persone, anch’esse avvolte dall’oscurità dell’esistenza, anch’esse sedute ai bordi delle strade di periferia, intente a mendicare, senza nemmeno la forza, in parecchi casi, di invocare luce e speranza per la vita. Ma in quel nome e in quel volto, vediamo anche noi stessi: come il cieco di Gerico, anche noi abbiamo bisogno di essere guariti dalla nostra incapacità di vedere, dalla nostra incredulità, anche i nostri occhi hanno bisogno di aprirsi alla luce della fede.

 

«Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (Mc 10, 47), grida a più riprese e con sempre più forza quel cieco quando viene a sapere che Gesù sta passando su quella strada. È un grido accorato, fiducioso: Bartimeo pone, in quella preghiera gridata, tutta la fiducia che gli resta, perché ha intuito che la presenza di Gesù può vincere l’oscurità della sua vita. Lo riconosce infatti come Figlio di Davide, come Messia, come colui che porta a compimento la promessa di Dio che il profeta Geremia ha annunciato: «il Signore ha salvato il suo popolo» (Ger 31, 7)).

Il grido di Bartimeo non è solo l’espressione fiduciosa, anche se troppe volte inespressa, di tante persone. È anche l’esempio della preghiera del discepolo del Signore: invocare la luce della fede. Così, illuminati, possiamo ‘camminare’, e non ‘stare seduti’ lungo la strada. Il discepolo del Signore Gesù è infatti colui che cammina sulla strada che conduce a Gerusalemme, seguendo Gesù: è proprio partendo da questa invocazione che diventiamo discepoli di Gesù.

 

«Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava più forte» (Mc 10, 48). L’invocazione di Bartimeo non trova buona accoglienza. Molti cercano di far tacere quel cieco, forse perché si vergognano di lui, della sua malattia, forse perché ritengono che è un grido inutile, che non può trovare ascolto.

Siamo probabilmente sorpresi da questa volontà di ‘molti’ di far tacere quel cieco. Ma, a ben pensarci, questo è forse il comportamento di tutti: anche noi rischiamo spesso di comportarci così. Prima di tutto perché quell’invocazione proviene da uno che è ai bordi della strada: è facile pensare non meriti la nostra attenzione, ancor più facile è ritenere che sia inutile la sua preghiera. E poi perché ogni grido sconvolge la vita normale: siamo come costretti a far tacere il grido di sofferenza dei nostri fratelli e anche il nostro, siamo come sospinti a fingere che tutto proceda bene, per noi e per gli altri.

Ma Bartimeo non teme i rimproveri. Continua, ostinato, a gridare e finalmente si trova di fronte a Gesù, dopo essersi alzato ed aver gettato via persino il suo mantello (cf v. 50).

«Che cosa vuoi che io faccia per te?» (v. 51a): è la domanda piena di attenzione di Gesù, un invito al dialogo, alla fiducia. E Bartimeo esprime tutta la sua fiducia dicendo «Rabbunì», maestro mio, «che io veda di nuovo!» (v. 51b). Così avviene. Ma notiamo che la guarigione della cecità non è quasi narrata, perché vi è una luce ancora più grande: «Va’, la tua fede ti ha salvato» (v. 52). Gesù offre un segno di salvezza a quel cieco che si è avvicinato a lui con grande fede, riconoscendolo non come un semplice guaritore, ma come Messia.

 

Il brano si conclude richiamando ancora la strada. Prima Bartimeo era seduto ai bordi della strada, aspettando che qualcuno passasse. Ora, con il dono della vista, può camminare sulla strada e seguire Gesù: «e lo seguiva lungo la strada» (v. 52). Diventa così discepolo di Gesù, in cammino verso Gerusalemme.

Mi pare significativo riprendere, in conclusione, le parole della folla che, dopo aver rimproverato il cieco perché tacesse, accoglie il comando di Gesù che dice: «Chiamatelo!» (v. 49). Così quella folla si rivolge al cieco con queste stupende parole: «coraggio, alzati, ti chiama».

Anche qui possiamo vedere un segno della salvezza: quelle persone che prima non volevano prestare ascolto all’invocazione del cieco, si lasciano ora coinvolgere dal comando di Gesù e si fanno tramite dell’incontro tra il cieco e Gesù.

 

Carissimi fedeli, vogliamo invocare sempre, senza timori e con grande fiducia, come ha fatto il cieco di Gerico, la nostra guarigione dalla cecità per andare incontro al Signore e camminare verso Gerusalemme sulla strada che egli ha percorso. Ma dobbiamo anche invocare sempre la grazia di saper dire ai nostri fratelli che sono ai bordi delle strade della vita: “coraggio, alzati, il Signore ti chiama”. Perché questo – e Kiko Argüello lo ha ricordato a tutti in ogni occasione – è ciò che il Signore Gesù vuole da tutti noi, suoi discepoli. Amen.

 

† Mons. Gianni Ambrosio,

Vescovo Piacenza-Bobbio

 
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